La scoperta della scrittura avrà l'effetto di produrre la dimenticanza nelle anime che
l'impareranno, perché, fidandosi della scrittura, queste si abitueranno a ricordare dal di
fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da sé medesime.
Platone, Fedro
Studiosi e linguisti pongono la nascita del linguaggio umano in un periodo che va da 160 a 500mila anni fa. L'invenzione della scrittura risale a circa il 3000 avanti Cristo. Possiamo benissimo immaginare, dunque, come la narrativa orale abbia una tradizione nobile e antichissima, unica vera avanguardia del linguaggio che ne esplora limiti e potenzialità di cui lo scritto si può appropriare solo in seguito. Gli antichi cantastorie, esseri dalle meningi leggendarie, erano capaci di memorizzare e ripetere racconti e leggende che gli scolari di oggi impiegano anni a tradurre, sui banchi di scuola. Per aiutare la memoria, non ancora fiaccata dalle comodissime immagini televisive, rubriche elettroniche, e una quantità comica di post-it, griot e aedi assortiti ricorrevano a stratagemmi come rime, ripetizioni ad effetto, allitterazioni, frasi sentenziose (Dio stesso, all'inizio, mica ha detto “accendiamo la luce”) piccoli segreti di un mestiere non ancora vivisezionato dalla critica letteraria e il suo inventario di etichette, categorie funzionali, citazioni e altri esorcismi.
Gli yanomami sono un popolo indigeno della foresta amazzonica che esploratori europei e americani, con l'apertura mentale che sempre ha contraddistinto la loro missione, definiscono primitivi e sono, dunque, privi di alfabetizzazione. Nel mondo dello stato sociale, in cui uno straniero color latte, agitando un foglio di carta, può vantare diritti sul loro spazio vitale, la conoscenza della scrittura è fondamentale alla sopravvivenza, proprio come le tecniche di caccia e il saper distinguere frutti velenosi e mangerecci: come dicono gli anticoromani (mai definiti primitivi, ma modello e fondamento di civiltà, in barba a schiavismo, imperialismo e arene) i verba volano e gli scritta rimangono.
L'autrice del nostro libro ha partecipato attivamente tra gli anni '70 e '80 al processo di alfabetizzazione in lingua madre degli Yanomami, in opposizione al fantomatico processo di emancipazione portato avanti dai governi sudamericani, brillante facciata del processo di fagogitazione del popolo yanomami e, ovviamente, delle loro terre abbondanti in risorse. Banalizzando: Loretta ha insegnato agli indigeni a leggere e scrivere nella loro lingua. Ma come tutti i processi di insegnamento la didattica è a doppio senso. Scarpetta, alter ego letterario dell'autrice ha avuto così accesso ai trucchi del mestiere della narrazione orale di quei cantastorie dalla memoria illimitata: ovvero a quella biblioteca mentale dei popoli che non scrivono.
Le ripetizioni strategiche, i taglia/incolla di variegati passi, le inserzioni improvvise delle tradizioni amazzoniche non sono pretenziosi sperimentalismi d'avanguardia, ma traducono in lingua letteraria quella spontaneità guizzante e a tratti esplosiva del racconto popolare,concitato e interrotto dalle domande degli ascoltatori curiosi: la stessa struttura frasale sembra rievocare i ritmi e la sentenziosità di un linguaggio lontano ed esotico, tutti riuniti attorno al fuoco ad ascoltare la voce di una nonna...
E qui arriviamo al tema del libro “quando le amazzoni diventano nonne”: qual'è l'esperienza della sottomissione, dell'emanciparsi, del vivere la propria sessualità e il proprio ruolo di “custode della vita” col passare degli anni? Loretta guarda ai personaggi del suo libro con l'occhio sveglio e curioso dell'antropologa, annotando le bizzarre usanze di questo popolo sconosciuto che potremmo chiamare “italiani”: un popolo le cui femmine dimostrano un forza d'animo e un coraggio spesso più fieri di quelli dei maschi, dall'indole mite e pacifica. La cultura Yanomami offre un brillante contrappunto ogni qual volta le abitudini occidentali che ci sembrano più normali rivelano la propria ristrettezza: sembra emergere qui una differenza tra il popolo “aperto” degli Yanomami, che vivono in comunità, senza muri divisori, e il popolo “chiuso nel guscio” degli occidentali.
Ma il libro non scade mai nel concetto banale del buon selvaggio: d'altra parte il racconto orale non è appannaggio degli indigeni amazzonici, e Loretta prende a piene mani anche dalla tradizione contadina italiana. L'affetto che l'autrice nutre per i personaggi è sincero, come sinceri sono i loro desideri, paure e contraddizioni (anche un personaggio negativo come la Gallina, tremenda nemesi di una delle protagoniste, fa emergere una psicologia non piatta, ma tratteggiata di aneliti e ansie che generano le sue azioni sbagliate).
E nominato un nome come Gallina, come non parlare dell'ironia di cui è permeato il libro? Lontana dalle asperità a tutti i costi della satira contemporanea, Loretta offre un catalogo di ritratti umani le cui idiosincrasie, difetti e nomi parlanti tradiscono, più che un giudizio morale, una partecipazione sincera e divertita alle loro vicende, passaggio necessario per la comprensione dei personaggi.
Costituisce una piacevolissima parentesi il capitolo metanarrativo che racconta le vicissitudini editoriali dell'autrice e dell'opera. Collocandosi in una tradizione di nobilissima memoria che parte dagli antichi e passa per Fante, Fitzgerald e Gadda, Loretta narra dell'eterna lotta tra lo scrittore, foriero del fuoco sacro del genio, e l'editore col suo bagaglio di necessità di mercato, argomenti sconvenienti e caccia al target. A tratti commovente, spezzato dall'onnipresente autoironia, l'autrice fornisce qui un vivo ritratto di sé, fresco come il primo racconto di un giovane autore esordiente, ma con dietro la consapevolezza di chi lotta da anni la guerra della letteratura. L'argomento vibra poi di attualità quando va a toccare una delle meraviglie del secolo ventesimo primo: gli stampatori/editori a pagamento, che amano gli esordienti, un po' come il lupo ama gli agnelli...
Satira, storia e antropologia si mescolano senza prevalere mai l'una sull'altra per generare una trama solida, in cui la struttura narrativa e la coerenza dei personaggi non vengono mai sacrificati per il sentimento facile o il colpo di scena. E vista la forza delle protagoniste nel sopportare e accettare (ma anche nell'opporsi) guerre, invidia, segregazione e morte, possiamo dire che quando le amazzoni diventano nonne, combattono ancora forte.