Carmine Manzi: "Saggio critico su Giuseppe Mainini".
Scritto da Luca Natali   
domenica 04 marzo 2007

 Da: Saggio critico su Giuseppe Mainini, in «L’arte nelle Marche», n. 5, Macerata 1979, pp. 108-111. (ripreso da: «Uomini d’Arte e di Pensiero», vol. III, Collana 1974 Paestum)

                            di Carmine Manzi            

« […] Il suo curriculum è davvero sorprendente con la sua partecipazione ad oltre 150 Mostre ed Esposizioni, fra Provinciali, Regionali, Interregionali, Nazionali ed Internazionali: da ricordare anche la sua presenza alla XXIII Biennale di Venezia. Tra le varie tappe all’Estero: Bordeaux, Bruxelles, Los Angeles, Bogotà, Haiti, Cannes, Montevideo.           

Figurano le sue opere in collezioni pubbliche e private, riscontriamo la sua voce nel «Comanducci» come nel «Dizionario illustrato degli Incisori Italiani», ne «Gli incisori d’Italia» ed in varie Enciclopedie d’Arte, dove la sua personalità è messa in grande rilievo per il suo contributo di operosità superiore ad ogni apprezzamento.           

Luigi Servolini scrive di Mainini che “sa intagliare il legno, mordere con l’acquaforte la lastra e disegnare a matita grassa sulla pietra con una disinvoltura non comune”. Forse gli deriva la saggezza del mestiere, per cui riesce con la sua opera così a conquistare l’animo dell’osservatore, da quel suo innato senso d’amore per la semplicità di intendere le cose della vita e di comunicare poi – attraverso la materia – le sue impressioni. Nel susseguirsi di storie semplici, articolate sul sentimento spontaneo e primitivo, che non può essere dettato se non dalla bontà del suo cuore, è una conferma ed un superamento continuo di se stesso, ma anche la prova di un messaggio più alto di umanità attraverso la esaltazione e la interpretazione della sua terra e della sua gente.             

Remigio Strinati, ponendo in mostra un suo gusto tipico, che definisce il gusto del Mainini, afferma che “egli dissocia la sua veduta dall’obiettivo e la ripropone nel bianco-nero per impulsi assai meno epici e monumentali che non lirici, e unicamente da questi impulsi deduce le opportune selezioni, le modulazioni decorative, le bulinate costruttive senza petulanza che danno coerenza e carattere all’apparato percepibile dell’opera d’arte”.           

Le incisioni di Giuseppe Mainini (“La tavola dell’aratura, a colori, è degna di essere collocata agli Uffizi” scrive Bruno da Osimo) hanno tutte il linguaggio della chiarezza, del limpido che piace ed entusiasma, anche nel suo costrutto scarno, solo perché è espressione di nobiltà d’animo e di sentimento. Ed è quello che notano tutti i suoi critici, presi, ma non sorpresi, dal suo linguaggio emozionale profondo che si eleva al di sopra dei problemi della tecnica per portare a rivivere dei suoi sogni e delle sue aspirazioni, cos’ come delle angustie che affliggono anche il suo animo così spesso, per uno sconosciuto palpito di luce e di bene, d’amore e di fratellanza che s’innalza dalle cose.             

[…] Premi e riconoscimenti sono venuti numerosi a premiare l’attività artistica di Giuseppe Mainini, che è Socio d’Onore di Accademie Italiane e Straniere. Medaglie d’Oro, medaglie d’argento, Coppe, Targhe, Trofei, ma l’elenco sarebbe lungo e toglierebbe spazio alle nostre considerazioni critiche che risulterebbero incomplete se non estese anche al campo della sua attività poetica.           

Sue liriche figurano in diverse Antologie e sono state pubblicate su riviste letterarie; non mancano i riconoscimenti anche in numerosi concorsi poetici. Egli canta – scrive Anna Lo Monaco Aprile – lo scandire inesorabile del tempo con versi che, nella loro voluta semplicità sillabica, hanno tutta la forza e la efficacia di una poesia permeata di filosofico afflato.           

Abilità ed efficacia anche nella sua poesia, nel trarre la sua ispirazione da moventi essenziali della nostra vita, non tanto a riproporre problemi ormai manierati dal tempo, ma per trarre insegnamenti da tutto quanto inconsciamente ci circonda, con visioni che sembrano statiche ed estatiche e che invece sono essenziali per la nostra esistenza.         

La poesia di Giuseppe Mainini è piena di sentimento più che essere ricca di immagini, un canto all’amore, con freschezza di slancio, nella bontà primigenia dell’espressione sentita e commossa del cuore.

Basta qualche esempio, dove il senso intimo è più completo e la personalità dell’Autore risalta più distinta; sono pagine di vita serena, nate dall’amore per la sua terra marchigiana, per la sua casa, da ripensamenti forse di giorni lontani d’infanzia, da fremiti di nostalgici abbandoni e talvolta di svanite speranze:

Amo la casa / dove sono nato, / balcone aperto / alla campagna / e al sole. / Amo l’Appennin / che si distende / dal Vettore al Ragnolo / in superba corona / all’orizzonte. / Amo le verdi / colline marchigiane / cosparse di paesi / sulle alture, / e dei giardini / il sottostante parco. / Amo questo scenario / pien d’incanto, / sorrida nel sereno / o triste appaia / se corrucciato il cielo. / Amo tanta bellezza / del Creato, / e pago io godo / del suo primo saluto / ogni mattina. //           

(La mia casa)

            

Il linguaggio poetico è semplice e genuino come quello di tante sue xilografie, di chi non ama l’artificio e si preoccupa soltanto di dare voce ad un suo intimo tormento più che investire la problematica dei suoi tempi. Ma è in questo afflato di semplicità e di purezza il Mainini migliore, forse quello di “Strade di campagna” e “Dalla Torre”, che sono due sue stupende litografie. Uno stesso mondo di gioia e di serenità, quasi verginale, almeno nella concezione del poeta; un mondo dove non è difficile cogliere ancora il palpito delle cose buone odoranti di spigo; un viaggio attraverso i sentieri inesplorati del sentimento e della fantasia, che è una gioia ed un vero piacere seguire, tra tanta cruda ed ossessionante realtà della vita:

Uomo / cieco tu sei / se non t’accorgi / del mal / che tutt’intorno / ti circonda, / ed anche pazzo / se vai avanti così. / Questa natura / tanto decantata / per te era vita, / ma, così ridotta / più tesori non ha, / dei suoi doni / più cari / l’hai privata, / cosa può darti più? / Se il tempo / tu fermar non puoi / rallenta almeno / la tua corsa / verso il peggio, / ritorna in te / se ti è caro / che ancor / regni la vita / sulla terra. //                                                                                      (Rallenta la tua corsa)


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Ultimo aggiornamento ( martedì 04 agosto 2015 )